Santu Ntuonu: un culto invernale dimenticato

IL CULTO DI SANT’ANTONIO ABATE A CASTELBUONO

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Sant’Antonio Abate fu un eremita vissuto a cavallo del III e IV secolo tra il cuore dell’Egitto e il Mar Rosso.  E’ considerato il padre del monachesimo cristiano.  Il 17 Gennaio ricorre la sua festa e Castelbuono non mancava di onorarlo.
il Santo era comunemente chiamato Santu ‘Ntuonu ca varva per distinguerlo da Sant’Antonio da Padova oppure Santu Ntuonu di nvernu.

La ricorrenza era celebrata nella trecentesca chiesa dedicata al Santo sita ove ora sorge il Banco di Sicilia. La particolarità della struttura, oltre ad essere a ridosso del vallone che separava in due metà il paese, era la presenza di un antico ospedale gestito dalla compagnia di Sant’Antonio già presente nel XV secolo[1].
Tutto il complesso edile venne distrutto negli anni Cinquanta del Novecento e con esso scomparve la festa.  Delle bellezze artistiche ivi custodite ci rimangono il famoso e prezioso trittico di Sant’Antonio e altre opere tra tele e statue oggi alla Matrice Nuova. Proprio il trittico testimonia un culto molto antico al Santo.

Nel giorno della festa la gente si riuniva sul sagrato della chiesa ed era uso diffuso mangiare cardi crudi credendo che così, in caso di bruciature, sarebbe bastata la saliva a curarle[2].  La signora Francesca Puccia ricorda anche la formula che si recitava prima di mangiarli: Santu Ntuonu carduna manciava, duci amari o cumu l’attruvava, pi Santu Ntuonu carduna manciai o duci o amari o comi l’attruvai.

Si credeva che questa pratica portasse a rafforzare il corpo sia contro le ustioni sia contro il così detto fuoco di Sant’Antonio (herpes zoster). Contro questa malattia venivano benedette particolari curuni che ancora girano tra chi si ammala.[3]  A curuneddra i Santu Giobbi e Santu Ntuonu è ad oggi custodita da una famiglia che si occupa del suo prestito e della conservazione[4].

Inoltre, essendo Sant’Antonio abate patrono degli animali[5], si radunavano  sul sagrato e si procedeva alla benedizione degli stessi.

La vampa costituiva l’attrattiva principale della festa. si accendeva il 16 sera e rischiarava il sagrato sino alle prime luci dell’alba. Strettamente collegato agli antichi riti del fuoco sacro purificatorio, la vampa era diventata un momento di aggregazione e di particolare emozione. Numerose erano le superstizioni intorno ad essa: la direzione delle fiamme, il loro innalzarsi, il tempo impiegato per spegnersi  costituivano prognostici del raccolto e della fertilità degli animali. La cenere ricavata dal rito veniva sparsa nelle stalle, sugli armenti e nei campi poichè si credeva fosse sacra e fertilizzante.  Parte della cenere si conservava per curare particolari malattie degli animali.
Sant’Antonio Abate era particolarmente invocato per la protezione dei maiali e per estensione dei porcari.

La Tradizione vuole che il giorno di Sant’Antonio Abate sia particolarmente freddo[6].


[1] Cfr. Magnano di San Lio 1996:32

[2] Cfr. Mogavero Fina 1950: 66

[3] La corona va portata al collo per tre giorni recitando alcune particolari preghiere e un Pater, Ave e Gloria in onore di Sant’Antonio Abate

[4] Fino a poco tempo fa era proprio la signora Francesca Puccia a custodire le corone.

[5] La protezione del Santo sugli animali deriverebbe dall’uso degli ospedalieri di Sant’Antonio di allevare maialini in libertà per le vie di  Saint-Antoine di Viennois.

[6] Recita il proverbio Santu Ntuniu a gran friddura San Larienzu a gran calura l’una e l’atra picca dura

1 commento

  1. Tra l’altro fu proprio sul campanile della chiesa di Sant’Antonio Abate, nell’attuale Piazza Matteotti, che il patriota castelbuonese Francesco Maria Guerrieri Failla il 18 aprile 1860 innalzò il tricolore e scrisse un proclama incitando gli “Italiani di Castelbuono” a ribellarsi ai tiranni per un’Italia unita e libera.

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