Gianclelia Cucco: “Perché?”

Ancora oggi ci chiediamo il perché. Gli alunni si chiedono il perché, gli insegnanti, le famiglie, i professionisti, gli artigiani, le associazioni, i movimenti e partiti politici, i cittadini, un intero paese si chiede il perché.

Perché demolire l’edificio della Scuola Media F. Minà Palumbo su cui sono stati eseguiti interventi (tra opere di adeguamento alle norme di sicurezza degli impianti elettrici, alle norme antincendio e abbattimento barriere architettoniche, interventi di efficientamento energetico con impianto geotermico, sostituzione infissi esterni, manutenzione della copertura e corpo annesso alla palestra) dal 2010 al 2016 per più di 2 milioni di euro? 

Una scuola così ristrutturata, con così tanti interventi, non può essere demolita ma può essere adeguata, consolidata, migliorata.

Anche se volessimo per un attimo prendere per buono l’argomentazione che adduce l’Amministrazione comunale, che la demolizione della scuola e la costruzione di una nuova, costa meno che adeguare l’esistente, mi chiedo il perché la stessa non si è orientata verso la progettazione di una scuola che rispondesse alle esigenze di alunni e insegnanti.

Perché ha affidato la progettazione dell’edificio scolastico all’Ufficio speciale per la progettazione regionale, che ripropone lo stesso prototipo di scuola in tutti i Comuni che hanno chiesto il supporto dell’ufficio e quindi avulso dal contesto territoriale? Perché l’Amministrazione comunale non ha utilizzato l’avanzo di amministrazione per dare un incarico ad un professionista affinché progettasse una scuola pensata per i nostri ragazzi?

Nel progetto della nuova scuola realizzato dall’ufficio regionale mancano tante cose.

Manca la palestra. Eppure si parla tanto dell’importanza dell’attività fisica per la crescita armonica dei nostri ragazzi.

Manca una sala mensa sufficientemente dimensionata, in grado di accogliere tutti ragazzi senza essere costretti a fare i turni per pranzare.

Mancano i laboratori di scienze e di informatica. Eppure gli obiettivi e le aspettative sono per una scuola innovativa che guarda al futuro.

Mancano le aule di musica, in una scuola dove ci sono tanti ragazzi che suonano uno strumento musicale e che hanno partecipato e raccolto tanti successi in concorsi nazionali.

Mancano aule verdi e laboratori green per l’educazione all’ambiente e alla sostenibilità, obiettivi di RiGenerazione Scuola, il piano del Ministero per la transizione ecologica e culturale in conformità al programma d’azione di Agenda 2030.

Va da sé che una scuola progettata senza questi spazi dedicati non è una scuola funzionale e al passo con i tempi.

Cosa non è stato fatto? Purtroppo l’Amministrazione non ha ascoltato le istanze del mondo della Scuola; non ha coinvolto il Consiglio Comunale, organo di indirizzo nelle scelte da compiere, (il quale ne è venuto a conoscenza a progetto finanziato); né ha indetto una pubblica assemblea per avviare un percorso di progettazione condivisa.

Eppure sarebbero state azioni scontate per un’Amministrazione che si riempie la bocca di belle parole come democrazia, confronto, dialogo, partecipazione.

Sarebbe stato semplice trovare il metodo per un’Amministrazione a cui è fatto obbligo (quale Comune siciliano ai sensi della L. R. n. 5/2014) di spendere almeno il 2 % delle somme ad essa trasferite, con forme di democrazia partecipata, utilizzando strumenti che coinvolgano la cittadinanza per la scelta di azioni di interesse comune.

Il progetto della nuova scuola al posto di quella esistente, rappresenta un’altra occasione perduta di dialogo e collaborazione (vedasi progetto di ristrutturazione dell’ex Cine-Teatro le Fontanelle). 

Eppure, il nostro primo cittadino potrebbe prendere a modello la personale esperienza della sua candidatura all’elezioni del 2017 quando, a dispetto del risultato emerso dall’Assemblea degli iscritti al Movimento “Andiamo Oltre”, ha sconfessato l’esito della votazione sulla scelta del candidato sindaco, proprio sulla base dell’assunto “un paese mi vuole” e affidandosi al comune sentire. Lo stesso comune sentire che oggi spinge i tanti a dire a gran voce che “quella scuola, così com’è stata progettata, non piace”. È quello stesso paese di allora che non la vuole e che da tre mesi si chiede, perché? Ed oggi è ancora incredulo che il 29 dicembre siano entrate in azione le ruspe per abbattere quella scuola. 

A cosa è servito che tutte le forze non governative si siano coalizzate su questo tema costituendo il tavolo tecnico “una squadra per la scuola”? A cosa è servito indire un’assemblea pubblica al centro Sud per analizzare come potesse essere salvato il vecchio edificio e cosa mancasse nel progetto di quello nuovo? A cosa è servito scrivere al Presidente della Regione rappresentando che i 3,4 milioni di euro, finanziati per la costruzione della nuova scuola, rappresentassero secondo la nostra visione, uno sperpero di denaro pubblico?

A cosa sono serviti i tanti comunicati a firma dei vari movimenti civici e soggetti politici? A cos’è servito il sit-in spontaneo di protesta di studenti, docenti, famiglie, cittadini, contro le ruspe che il 29 dicembre hanno cominciato la demolizione della scuola?

A cosa è servito l’impegno del Presidente del Consiglio comunale a convocare una seduta aperta, per una discussione pubblica del progetto?

A cosa è servito tutto ciò se l’Amministrazione comunale ha continuato imperterrita nel suo intento?

È servito a capire che non c’è apertura al dialogo, al confronto, e per questo non ci sarà un minimo di ripensamento.

È servito a capire che non c’è attenzione alle istanze dei cittadini, ma miopia e superficialità.

È servito a comprendere che siamo di fronte ad un’amministrazione non più credibile e trasparente, che va verso una deriva autoritaria.

È servito a indignarci su questo modo di fare politica, avulso dal tempo che viviamo.

La pandemia ci ha dato tempo per riflettere a lungo sul nostro modo di vivere e sui valori da mettere a centro al fine di ripensare e riprogettare il nostro futuro, soprattutto quello dei nostri figli, che ne meritano uno migliore. La scuola è uno di quei valori a cui prestare grande importanza e attenzione, da cui dover ripartire dopo la pandemia.

La scuola è presidio culturale di socializzazione e di crescita.  A scuola non solo si imparano nozioni ma si impara a stare con gli altri, a condividere, a confrontarsi, si impara a vivere. Ecco perché ci vogliono spazi sufficienti per l’apprendimento e spazi sociali e relazionali adeguati. Una scuola innovativa, aperta al territorio, luogo di incontro e scambio, in grado di gettare le basi per una futura generazione, più consapevole e più orientata verso la condivisione di processi decisionali su temi che riguardano l’intera comunità, capace di creare giorno dopo giorno un collante con essa.

Un altro valore che bisogna ripensare è la politica.

La pandemia ha creato incertezze in ogni aspetto della nostra vita (dal lavoro alla cura dei nostri cari e all’educazione dei nostri figli). Incertezze che creano instabilità e paura, che acuiscono inesorabilmente la sfiducia nel futuro e in coloro che hanno il compito di elaborare e dare risposte adeguate.

Ecco che, alla nostra comunità, serve una politica nuova nel metodo, intelligente, preparata, capace di reagire e fronteggiare il continuo susseguirsi di emergenze sociali, economiche e ambientali.

Castelbuono ha necessità di donne e uomini responsabili, concreti, competenti; una classe dirigente capace di ascoltare e sostenere i cittadini, di stare al fianco dei più deboli senza lasciarli indietro, portando al centro dell’azione amministrativa il bene comune.

Castelbuono ha bisogno di una politica capace di cogliere quel comune sentire che sappia ricreare quella connessione, ormai persa, tra l’istituzione Comune e i Cittadini, presupposto indispensabile ad alimentare quel “sistema paese” ostentato dall’attuale amministrazione. 

La consigliera del gruppo di minoranza 

“Castelbuono in comune”

Gian Clelia Cucco