Se la mafia vince, perché denunciare.

La storia che voglio raccontarvi oggi è una storia di tre sconfitte. Il protagonista è Ignazio Cutrò, imprenditore di Bivona (AG), vittima di racket mafioso e presidente dell’associazione nazionale Testimoni di Giustizia. Cutrò denunciò il pizzo nei primi anni Duemila e dal 2008 vive sotto protezione. A suo tempo gli furono proposte due alternative: lasciare la sua città, il suo lavoro e vivere sotto un programma di protezione, con una nuova identità per lui e la sua famiglia e un vitalizio statale, oppure continuare con la propria attività imprenditoriale, nella paura, con ricorrenti minacce, ma senza scappare. Ha scelta la seconda strada e tutto sembrava procedere per il verso giusto. Le forze dell’ordine promettevano la massima protezione e la società civile avrebbe supportato la sua scelta coraggiosa. Poi però il vento è cambiato: prima sconfitta, i privati hanno smesso di dargli in appalto lavori, per paura, perché è un personaggio scomodo, che potrebbe mettere in cattiva luce. In più anche lo Stato non gli ha permesso di partecipare alle gare, per le cartelle esattoriali e le scoperture bancarie. Le risorse cominciavano a venir meno, tanto che Cutrò è stato costretto a far ritornare a casa i figli Giuseppe e Veronica, che studiavano all’Università di Milano, perché troppo dispendioso: seconda sconfitta. Così si arriva all’epilogo della storia. In questi giorni Ignazio Cutrò scrive una lettera al Ministero degli Interni, informando della sua decisione di abbandonare tutto: la propria città, l’azienda, l’impegno associativo, l’Italia, verso un nuovo mondo, una nuova vita. Terza sconfitta. Per di più adesso è anche tardi per rientrare nel programma di protezione e avere un sussidio per il mantenimento degli studi dei figli. Cinque anni dopo la scelta di restare per non arrendersi, con l’obiettivo di alimentare una speranza nuova, bisogna ammettere che lo Stato ha perso e, alla lunga, la mafia ha avuto la meglio. Non bisogna comunque sottovalutare il ruolo determinante che ha avuto la crisi attuale: probabilmente in un altro momento sarebbe andata diversamente. Ci sono i tempi per i proclami, per gli slogan, per la propaganda e per i discorsi, poi viene il tempo dei fatti e delle azioni e lo Stato ha dimostrato tutti i suoi limiti. La protezione totale per chi denuncia è ancora un’utopia, mancano i programmi speciali di sostegno economico e imprenditoriale, e purtroppo questo è un limite troppo grande per chi medita la denuncia. In molti altri casi è andata decisamente meglio e l’imprenditore che ha denunciato ha avuto un risvolto positivo nel proprio lavoro. Sono decine e decine di aziende che traggono beneficio dalla loro scelta: sono tanti i cittadini onesti che le premiamo acquistando prodotti o servizi. Dipende probabilmente dal settore economico di appartenenza, dal momento, dal luogo, dal caso. Se Cutrò fugge è perché non ci sono più alternative e un po’ di speranza va via con lui. Spero che questa vicenda sia di stimolo ad una rivisitazione della legislazione in merito al sostegno a chi compie la scelta coraggiosa della denuncia, sia per il racket che per l’usura, anche e soprattutto per chi accetta di continuare la sua lotta nel posto di lavoro di sempre. Per chi affronta sfacciatamente e con orgoglio gli estorsori e tutta l’organizzazione mafiosa senza fuggire.

Buona settimana, alla prossima.

“Oltre Fiumara. Rubrica settimanale che apre uno spiraglio tra le cinta murarie del borgo, per far passare qualche notizia fuori dal comune.”