Shoah – Olocausto: una questione linguistica. Una riflessione di Valeria Tumminello

Shoah ‹šoà› s. ebr Dall’ebraico shoah, parola presente diverse volte nella Bibbia ebraica e che significa ‘distruzione totale’, ‘devastazione completa’. Alcuni studiosi affermano che la radice trilittera sh–a–h in origine significava ‘fare un gran boato’, ‘crollare con un gran rumore’ per poi passare, col tempo, ad indicare il ‘crollare in rovina’. (Treccani)

Olocàusto s. m. e agg. [dal lat. tardo holocaustum (holocaustus come agg.) «bruciato interamente», «tutto, intero» e «bruciare»]. Forma di sacrificio praticata nell’antichità, spec. nella religione greca e in quella ebraica, in cui la vittima veniva interamente bruciata. (Treccani)

Se, come è giusto e auspicabile che sia, decidiamo di affidarci alla scienza che studia la storia delle parole, indagandone l’origine e l’evoluzione fonetica, morfologica e semantica, ne consegue che i termini “shoah” e “olocausto” non sono interscambiabili.

Non sono interscambiabili se crediamo, oggi più che mai, nella necessità di dare peso al peso delle parole; se vogliamo una “lingua capace di dire ciò che preme”.

La questione linguistica è strettamente connessa ad Auschwitz. 

Molti – filosofi, poeti, scrittori – si sono interrogati dopo Auschwitz. Uno tra i tanti interrogativi posti dopo Auschwitz è stato: quale lingua è possibile trovare?

Secondo la poetessa Antonella Anedda, l’unica lingua possibile è “di pudore e non di invadenza, di riconoscimento e non di appropriazione”[1].  L’autrice, facendo sua la posizione celaniana secondo cui “la poesia che non è più possibile dopo Auschwitz è quella della sola bellezza, della sola armonia, del bel suono capace di risuonare più o meno indisturbato accanto all’orrore”[2], aggiunge la necessità di accompagnare tale lingua ad un gesto e a un particolare tipo di coraggio.

Un coraggio certamente difficile, da rinnovare ogni volta, per evitare che il bel suono “non solo resti accanto all’orrore, ma ne possa diventare servo, farsene riempire”[3].

Dopo il 20 gennaio 1942, la data in cui fu decisa la <<soluzione finale>>, secondo Paul Celan, poeta di origine ebraica, scampato al nazismo e suicida nel 1970, ad ognuno di noi si è rivelato “lo scandalo insostenibile della Storia”[4]. L’autore si chiede pertanto se dopo “l’irruzione della Storia nell’ordine dell’universo e lo sconvolgimento di ogni senso plausibile”[5] sia ancora possibile un discorso sull’Arte. Nonostante Adorno, nel 1949, abbia dichiarato che “scrivere una poesia dopo Auschwitz sia un atto di barbarie”[6], Celan cerca, nonostante tutto, di attraversare le tenebre e recupera una lingua, quella materna, “solo bene salvato della patria sommersa”, per ridare una prospettiva all’individuo.

Sottraendosi all’ “orrendo ammutolire” recupera il discorso, l’alternanza del respiro. 

Atemwende è una parola che fa la sua prima comparsa nel discorso tenuto da Celan a Darmstadt in occasione del conferimento del Premio Buchner il 22 ottobre 1960. Atemwende è stato tradotto mediante la perifrasi “svolta del respiro”; si tratta del momento, “la pausa impercettibile in cui l’essere vivente passa dall’inspirazione all’espirazione e viceversa”. Ma, si chiede il poeta, cosa accade se l’aria ci viene sottratta o si fa irrespirabile? Perentoriamente e tragicamente ci dice che “il respiro diventa rantolo, esso basta soltanto per un grido”.

È il grido di dolore della tante vite offese dalla Storia. Quel grido, afferma Anedda, “riguarda l’eterna storia di buio degli esseri umani”[7] e, pertanto, diviene necessario affidare alla scrittura un compito etico. Ne consegue che la poesia:

non può addormentarsi, distrarsi, dimenticare, e se parla, deve scegliere, ridursi all’essenziale. Non una parola che si impone, ma una parola-nome per i nomi cancellati, una parola-spazio che sbricioli i secoli e faccia parlare tra loro creature di tempi diversi, contro la morte.[8]

Perché scrivere?
Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco
Trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli
Perché solo il coraggio può scavare 
In alto la pazienza
Fino a togliere peso
Al peso nero del prato[9].

Anedda, recuperando la lezione fortiniana, vede l’atto della scrittura come un imperativo categorico. L’obbligo e l’urgenza della scrittura scaturiscono dal forte desiderio di proteggere chi è indifeso e di accogliere e dare voce a chi voce non ha, di trovare “una parola-nome per i nomi cancellati”.

L’accoglienza, “spalancare ceste/fino a fare del corpo un altro spazio”, è una disposizione tipicamente femminile, materna, che rimanda alla pregnante immagine del ventre materno. 

Accogliere attraverso la scrittura significa avere fede nella parola. Una parola che sia luce e accenda “il suo lume davanti alla grossa, inutile, lampada della Storia che non illumina e non riscalda”[10].


[1] A. Anedda, Tenebre, in La luce delle cose, pp. 46-65.

[2] Ivi, pag. 54.

[3] Ibid.

[4] P. Celan, La verità della poesia, Einaudi, 2008, cit. pag. XIV.

[5] Ivi, pag. XIII

[6] Cfr: T. W. Adorno, «Critica della cultura e società» (1949) in Prismi. Saggi sulla critica della cultura, trad. it. di Carlo Mainoldi, Einaudi, Torino 1972, p.22.

[7] A. Anedda, La luce delle cose, cit., pag. 164.

[8] Ivi, pag.54.

[9] A. Anedda, Se ho scritto è per pensiero, in Notti di pace occidentale, Donzelli, 1999.

[10] A. Anedda, La luce delle cose, cit., pag. 55.