“Spotify: è quasi magia. Ma Thom Yorke non ci sta.”

Da qualche mese è sbarcato in Italia Spotify. E siamo tutti super contenti. Si tratta di un software che permette di ascoltare quasi tutta la musica del mondo, con un’interfaccia user-friendly e la comodità di avere tutta la musica che serve, con una semplice connessione internet. Si può aderire a Spotify in due modi: gratuitamente, sorbendosi degli interventi pubblicitari ogni tanto tra la fine e l’inizio di un brano o in forma di banner pubblicitari, oppure pagando una quota mensile che permette l’accesso a tutti i brani in forma indisturbata. La cosa che mi ha sorpreso più di tutte è il fatto che fosse tutto legale, perchè il servizio riconosce agli artisti un compenso per ogni singola riproduzione. Questo rappresenta la definitiva consacrazione di un modo per ascoltare musica senza essere costretti ad acquistare e senza ricorrere alla pirateria, che è stata resa quasi necessaria dati gli elevati costi legati all’acquisto di musica. Per chi non lo sapesse questo era un sogno di Steve Jobs, che captò per primo l’enorme potere dell’invenzione dell’MP3, in termini di rivoluzione nella distribuzione musicale. Ma non è tutto oro quello che luccica. In questi ultimi giorni stanno arrivando diverse critiche a Spotify, tutto nasce dalla provocazione di Thom Yorke, leader dei Radiohead e degli Atoms for Peace, che ha deciso di ritirare dal portale alcuni tra i suoi album. Motivazione: è un sistema che premia soltanto i gruppi già affermati ma pone degli enormi ostacoli all’affermazione dei talenti nascenti. In pratica ricevendo un compenso di meno di mezzo centesimo ad ascolto, soltanto gli artisti affermati che raggiungono milioni di ascolti possono aspirare a guadagni adeguati. Chi è alle prime armi, sostanzialmente, vende per pochi euro il proprio prodotto musicale. La massa di ascoltatori che è passata all’utilizzo di questo sistema determina una grossa quota di guadagni delle etichette musicali, in Italia è presente da poco, ma in altri paesi esiste già da anni, e tutto questo sta rivoluzionando le logiche dell’industria musicale. I Radiohead, tra le band attive più influenti della scena musicale mondiale, sono sempre stati sensibili al tema della divulgazione musicale di massa e dell’accessibilità alla musica sia per gli ascoltatori che per i compositori. Una delle iniziative più note è stato il lancio dell’album In Rainbows, scaricabile gratuitamente dal web con un’offerta libera, anche di zero Euro (!). A suo tempo fece scalpore e sembrò una scelta insensata, ma dimostrava quanto per la band inglese fosse molto più importante la trasmissione di un messaggio, la condivisione di un’opera, più che il mero guadagno economico. Non che se la passino male, però quel che è certo è che esiste ancora nella terra qualcuno che fa le cose per il valore artistico che rappresentano, prima che per il valore economico che ne ricavano. Dal canto loro, i manager di Spotify replicano dicendo che in realtà girano i compensi alle case discografiche le quali poi ridistribuiscono gli utili come meglio credono. Sarà, fatto sta che la digitalizzazione della musica doveva rendere più fruibile al grande pubblico anche le produzioni minori, scalfendo un poco lo strapotere delle major muscali. Sembra che non sia così facile, anche se ci sono altri esempi di condivisione musicale che esulano dai circuiti tradizionali, come ad esempio i progetti di crowdfunding (i.e. MusicRaiser, PledgeMusic) o le piattaforme che forniscono una vetrina alle band emergenti, come Vitaminic, MySpace o Soundcloud.

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?Oltre Fiumara ? Rubrica settimanale che apre uno spiraglio tra le cinta murarie del borgo, per far passare qualche notizia fuori dal comune.?

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