Strage di Capaci. Gravi accuse al commissario Genchi

[repubblica.it] CALTANISSETTA – I misteri sulla strage di Capaci non finiscono mai. Dopo più di vent’anni si scopre ancora che qualcuno ha mentito, taciuto, nascosto. Come un agente che – in quei giorni del maggio del 1992 – aveva giurato di avere visto un furgone bianco sul luogo dell’attentato e – poche ore dopo – ha ritrattato per paura. Paura di cosa? Paura di chi? È l’ultimo giallo sull’uccisione di Giovanni Falcone.

Nell’indagine sull’indagine che è alla ricerca di depistaggi e omissioni fra vecchie carte, affiora la traccia di un’altra trama. Quel poliziotto accusa un ex funzionario del ministero degli Interni – Gioacchino Genchi, l’esperto di telematica e telefonia destituito dalla polizia “per motivi disciplinari” – di averlo “invitato” con velate minacce a cambiare versione su ciò che aveva visto allo svincolo di Capaci. Genchi l’ha subito contro-denunciato per calunnia. Qual è la verità? Su quel furgone bianco c’è un’inchiesta che è appena cominciata, uno dei tanti filoni sui mandanti esterni a Cosa Nostra nella strage.

Parte da due deposizioni di D. M., agente della stradale, che a distanza di pochi giorni “sposta” di centinaia di metri la posizione di quel furgone notato sulla Palermo-Trapani. La sera del 22 maggio D. M. stava tornando a casa quando vede il furgone. Dopo l’esplosione riferisce al suo superiore: “Nello stesso punto dell’attentato ho notato un mezzo bianco con alcune persone intorno”. Il superiore invia una relazione a più uffici della Questura di Palermo, compresa la squadra mobile. Passa meno di una settimana e D. M. corregge la testimonianza con una nota che firma di suo pugno: “Mi sono sbagliato, quel furgone bianco non era sul luogo dell’attentato, ma in una stradella più sotto che mi pare si chiami via Kennedy”. E così, per più di vent’anni, questo furgone scompare da ogni indagine sulla strage di Capaci.

È riemerso nell’inchiesta un mese fa, quando il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari e i suoi pm, rivisitando ogni pagina e documento sulle indagini e “accogliendo atti di impulso” della procura nazionale antimafia, si sono accorti delle due versioni sul furgone bianco. Hanno ripescato quei due interrogatori “contrastanti” e convocato D. M. chiedendogli: perché prima ha individuato il furgone bianco in punto e poi nell’altro? È certo di essersi sbagliato la prima volta oppure la seconda? L’interrogatorio si è chiuso con un colpo di scena. Ha ammesso D. M.: “Ho dovuto cambiare versione, qualcuno è venuto da me e mi ha detto che era meglio se quel furgone bianco usciva dalla scena del crimine”. Poi ha fatto il nome di chi l’avrebbe convinto a fare marcia indietro: “Un poliziotto molto noto, anzi un ex poliziotto: Gioacchino Genchi”.

Genchi, il “tecnico” accusato da Berlusconi “di aver intercettato 350mila persone” – in realtà elaborava e indagava solo sul traffico dei tabulati telefonici – ex consulente di molte procure, sospeso e destituito tre anni fa dalla polizia, oggi fa l’avvocato. Subito dopo la testimonianza di D. M. l’inchiesta è virata su di lui (indagato come atto dovuto per favoreggiamento aggravato) che è stato ascoltato. Non solo ha negato di aver mai “consigliato” il poliziotto della stradale a modificare la sua versione sul furgone bianco, ma Genchi ha anche dichiarato di non averlo mai conosciuto. Ci sono due “voci” su quel furgone bianco. Ma al di là di Genchi, se non è stato lui a fare pressioni per alterare la testimonianza – come sostiene D. M. – chi altro è stato? E perché? Chi c’era in quel furgone a Capaci la notte prima della strage? Mafiosi? O altri personaggi estranei a Cosa Nostra?

Tra le carte della strage i procuratori di Caltanissetta hanno trovato un’altra testimonianza, rimasta finora “sepolta”. Verbale di interrogatorio di Francesco Naselli Flores, ingegnere palermitano cognato del generale Carlo Alberto dalla Chiesa: era passato dallo svincolo di Capaci il 22 maggio del 1992, verso le 12, circa 28 ore prima dell’esplosione: “Ho visto sul luogo un furgone bianco, mi è sembrato un Maxi Ducato”. Al tempo furono ordinate indagini e si accertò che nessuno – Anas, Enel, Telecom o altre aziende – aveva mai inviato sull’autostrada propri operai o tecnici per eseguire lavori. Eppure l’ingegnere Naselli era stato molto preciso. Ricordava alcune persone “che stendevano cavi”

Fornì anche una descrizione di un uomo per comporre un identikit. Ma tutta l’indagine sul furgone bianco per due decenni è rimasta “morta”. Riaffiorata in questi giorni con la confessione – vera o falsa – dell’agente della “stradale”, fa parte di quell’attività investigativa a caccia di “buchi” nell’inchiesta del passato. Su esecutori e, soprattutto, su mandanti. Chi sono stati gli esecutori? “Solo i mafiosi”, sostengono in blocco i pm Lia Sava, Stefano Luciani e Onelio Dodero. “Non solo loro”, ha ipotizzato qualche mese fa la procura nazionale quando c’era Piero Grasso indagando su un “secondo innesco” e su una “seconda carica esplosiva”,  contemporanea a quella dei sicari di Cosa Nostra.

“Non esiste”, tagliano corto a Caltanissetta dove intanto hanno trovato – sempre più di vent’anni dopo – l’impronta digitale del dito indice della mano destra di Salvatore Biondo – uno dei boss già condannati per la strage – sulla pila di una torcia elettrica recuperata sul luogo dell’attentato. Una prova decisiva per ricostruire l’esecuzione di un massacro. Altri nove sicari sono stati individuati e andranno presto a processo. Per quanto riguarda i “concorrenti esterni”, i mandanti altri, si cerca ancora. E non lontano da uomini che hanno lavorato per apparati dello Stato.

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