Un partigiano a Castelbuono

[MADONIELIVE.COM – Mirella Mascellino] Mauro Zito è nato il 29 aprile del 1923 a San Mauro Castelverde, nelle Madonie. È stato Partigiano della 105^ Brigata Pisacane, ufficialmente dal 15 giugno 1944 al 5 maggio 1945, come attestano i documenti, da lui conservati. Il suo nome di battaglia era Palermo. Ho avuto la fortuna di conoscerlo grazie a Giuseppe Spallino, giovane collega e amico madonita, serio e generoso, che per la sua voglia di sapere e di raccontare, lo ha scovato, per ironia della sorte, nel suo paese, Castelbuono, volendo condividere con me questa grande emozione.
Adesso Madonielive, dona a voi l?emozione e la conoscenza di uno degli ultimi partigiani siciliani, madonita, compagno del mitico Barbato( Pompeo Colajanni), ancora sconosciuto a molti. A Cefalù Giovanni Cristina lo ha onorato, come ci racconta Mauro Zito, dicendo: “Giovanni mi vuole bene”.
Quando è partito per la Guerra e come avviene l?ingresso nella Brigata Pisacane?
Sono partito per la guerra per raggiungere Torino. Dopo un mese sono stato portato a Pinerolo nella scuola di applicazione di Cavalleria. Lì ho studiato per pilota di autoblindi. Ho preso la patente. Sono stato a Pinerolo, a Cavour, sempre in Piemonte. Con l?Armistizio ci fu lo sbandamento dell?esercito e così siamo scappati. I piemontesi ci hanno accolto, ci hanno dato ospitalità, per ricompensa abbiamo fatto dei lavori in cambio del rifugio. Per qualche giorno andammo avanti così. Si era formata una squadra di Partigiani. Il comandante era Barbato, Pompeo Colajanni. Barbato ci disse: “Ragazzi io vado in montagna”. Era un siciliano come noi. Ci voleva bene a tutti. “Chi mi vuole seguire mi segua, ma chi non vuole niente. Ma badate che la cosa la faremo seria.” Eravamo un gruppo di cinque o sei soldati siciliani e ci tenevamo in contatto tra di noi per le campagne piemontesi. Apprendemmo che i tedeschi stavano avanzando erano quasi arrivati in Piemonte. Noi avevamo paura di finire prigionieri e deportati in Germania. Così abbiamo mandato uno dei nostri amici a parlare con lui, per arruolarci nella Brigata . Lui ci disse di si. Si trovava nella zona di Montoso. Lo raggiungemmo e nella stessa notte ci portò in montagna. Giunti lì trovammo tre partigiani, uno dei quali era l?onorevole socialista Pietro Nenni. Appena fummo in casa mettemmo la pentola per la pasta. Nenni non aveva la cavetta e perciò non aveva dove mettere la pasta. Io gli offrii la mia, dicendo che avrei mangiato nel coperchio. Ma lui mi disse: “No! Tu mangia nella cavetta, a me basta il coperchio”. E mangiò la pasta nel coperchio della mia cavetta. Siamo stati così tre giorni insieme a Barbato e a Pietro Nenni. L?indomani non avevamo ancora nulla da mangiare. Avevamo un cavallo. Nenni disse a Barbato: “Uccidiamo il cavallo e lo mangiamo”. Così per la prima volta mangiai la carne di cavallo. Pietro Nenni andò via e Barbato rimase con noi. Quello che pensavo io ed anche i miei compagni era che la guerra stesse per finire. Pensavamo che presto con l?arrivo degli Americani tutti saremmo tornati a casa. Invece non fu così perchè la Resistenza durò abbastanza, come sapete. Noi non volevamo combattere, ma fare solo piccole azioni di sabotaggio per i tedeschi e i fascisti italiani. Mussolini formò la Repubblica fascista, la Repubblica di Salò. Noi partigiani cercavamo di procurare dei guasti a loro. Per esempio rompevamo le linee telefoniche, qualche ponte. Noi eravamo organizzati e addestrati. Loro non erano abituati alla lotta partigiana e così li fregavamo. Per esempio arrivavano coi loro camion cantando, scendevano dal camion e noi aspettavamo che arrivassero vicino a noi. Noi avevamo le mitraglie di 20 mm e altre mitraglie. Appena erano vicini noi li attaccavamo e giustamente succedeva un macello. I fascisti presto capirono che prima di avvicinarsi dovevano prendere degli ostaggi. Così quando arrivavano in un paese vicino, prendevano i civili e se li mettevano davanti per farsi scudo. Allora noi non potevamo più sparare perchè se no avremmo ucciso gli ostaggi. Così preferivamo tagliare la corda e andare in montagna. Per venti mesi durò la lotta partigiana. La cosa divenne sempre più sentita. Si arruolavano sempre più partigiani. Poi sono intervenuti gli americani che ci mandarono viveri, cibo, soldi, armi e munizioni e una mitraglietta che col caricatore sparava trenta colpi. E intanto la lotta continuava. Durante questi venti mesi, a un certo punto i nostri comandanti decisero di dare il colpo decisivo. Così cominciammo a nasconderci sulle montagne del Piemonte. Noi avevamo deciso o morte o sorte. La mia era la 105^ Brigata d?assalto Carlo Pisacane. La lotta definitiva portò i tedeschi a fuggire e a ritirarsi. Purtroppo i nostri morti furono tanti. Il mio gruppo era fatto di 25 partigiani. Liberammo Pinerolo. Di venticinque ne morirono otto. Il comandante ci comunicò che da Torino chiedevano rinforzi. Allora lui ci chiese chi voleva andare. Io fui il primo a dire si. C?era un camioncino. Salimmo su e partimmo in quindici. Arrivammo all?incrocio della Via Stupinigi e lì c?era la colonna dei tedeschi che si ritirava. Ci fermammo chiedendoci cosa fare. C?era un piccolo spazio fra noi e i tedeschi allora dissimo all?autista di accelerare e passare. Siamo arrivati a Torino. Con armi e bandiere in mano. A Torino presimo d?assalto le caserme coi tedeschi. Di quell?epoca avevo la camicia rossa che purtroppo non ho più. Era di un rosso vivacissimo.Dopo che siamo arrivati a Torino, a Pinerolo c?erano altri tredici compagni che chiamammo a Torino in aiuto. Anche loro su un camioncino al fatidico incrocio di Corso Stupinigi, hanno tentato di passare la colonna tedesca ancora lì, ma li hanno attaccati e massacrati tutti e tredici. Hanno fatto una cosa da vigliacchi perchè oltre ad ucciderli li hanno, sfigurati. Io ricordo ancora quella sera quando andammo a prendere i cadaveri erano irriconoscibili. Liberammo così Torino e così noi partigiani fummo costretti a tenere l?ordine pubblico perchè non c?era nessuno che facesse mantenere l?ordine. Noi avevamo liberato al città e dovevamo anche far tenere l?ordine pubblico. Rimasi un mese lì. Io volevo arruolarmi nella polizia ferroviaria. Avrebbero dato un posto statale a tutti i partigiani. Sono stato un mese a fare il servizio di ordine pubblico, nella polizia ferroviaria. Ci hanno detto: “ragazzi potete restare, ma chi vuole tornare a casa può andare”. Io avevo lasciato mia moglie in Sicilia. Mi ero sposato quaranta giorni prima di partire per la guerra. Le avevo mandato un messaggio con la Croce Rossa Italiana. Un messaggio di due parole: “Sono vivo” Non potevo scrivere di più. Se i tedeschi vedevano qualche parola in più non recapitavano il messaggio. Lei mi disse poi che lo ricevette. Insomma io rinunciai al posto in polizia. Mi dicevano che se volevo rimanere lì non dovevo tornare a casa. Non sarei certo tornato presto a casa. Prendemmo la decisione comune coi compagni siciliani di tornare a casa.
Mi racconta l?arrivo a casa, da sua moglie?
Mia moglie pensava che fossi morto, perchè i reduci erano ritornati tutti e io non arrivavo, lei si chiedeva se fossi morto e lo temeva. Prima di tornare a casa ci diedero dei vestiti nuovi. Era maggio. Arrivai in treno alla stazione di San Mauro e presi la corriera per arrivare in paese. Appena arrivai in paese, ero carico di valigie, perchè mi avevano dato tanta biancheria, vestiti. Avevo valigia, zaino e zainetto. Mi aiutarono e lì c?era un mio vicino di casa che mi vide e mi riconobbe. Corse verso casa a chiamare mia moglie e mia sorella, per annunciare il mio arrivo(la voce è rotta dall?emozione n.d.r.). Da quel giorno rimasi a San Mauro. Mi misi a lavorare lì per tre anni e poi emigrai a Cefalù. Lì ho messo su un allevamento di polli. L?ho fatto per tanti anni. Poi è diventato complicato con le nuove leggi e abbandonai questo lavoro e ho fatto l?operaio forestale, nella squadra antincendio del Comune di Cefalù, fino alla pensione. Ho comprato un pezzo di terra e mi dedicavo ai frutti della terra.
Ma lo Stato italiano non ha dato privilegi a voi partigiani?
Come partigiani ci toccava il posto statale. Potevo rimanere nella polizia ferroviaria. Come militare ci dava mille lire al giorno. Io rinunciai al posto, scegliendo l?amore. Pensavo a mia moglie che avevo lasciato dopo 40 giorni di matrimonio per partire per la guerra. Ho avuto tre figli. Due vivono a Cefalù ed una vive proprio in Piemonte(la terra che il partigiano Palermo ha contribuito a liberare n.d.r.).
Ricorda gli altri partigiani siciliani?
Ricordo un certo Sebastiano Bucchieri. Noi ci eravamo promessi di rivederci tutti quanti insieme(l?emozione è forte n.d.r.), ma non è successo purtroppo. Ricordo un compagno di Caccamo, lo feci cercare anche da mio figlio, anni fa, ma nessuna notizia. Voglio dirvi che sono contento di avere partecipato alla vita Partigiana perchè ci credevo a quello che facevo contro i tedeschi e contro la dittatura di Mussolini, io ero per la democrazia e non per la dittatura.
L?intervista è stata realizzata in collaborazione con Giuseppe Spallino

 

1 commento

  1. Esistono altre storie che dovrebbero meritare di essere ricordate come, p.e., quella del castelbuonese Collotti, vittima, assieme alla moglie, della violenza partigiana. Appartenenza ad opposti schieramente a parte, ritengo che il rispetto per il dolore altrui dovrebbe sollecitare la tenuta di atteggiamenti pi? umani e decorosi. A chi e a cosa pu? giovare, se non a dividere di pi?, il rivangare in quelle pagine di storia di fronte alla fine disumana dell’ emigrazione antifascista a Mosca consegnata dai vari Togliatti, Robotti (il cognato dagli occhi di ghiaccio) e D’ Onofrio agli aguzzini di Stalin, prima torturata nei sotterranei della Lubijanka, liquidata poi con un colpo alla nuca e sepolta in fosse comuni nei boschi di betulle delle periferie moscovite ? I pochi superstiti furono condannati ai lavori forzati nei famigerati gulags siberiani e chi pot? sopravvivere a quell’ inferno e fare ritorno alla propria famiglia, rivolgendosi ad un Togliatti “democratico” in visita agli stabilimenti di Togliattigrad per sollecitare un ritorno in Italia, venne pagato dallo stesso con false promesse che servivano soltanto ad evitare che rientrato nella Madrepatria raccontasse delle “carezze” subite nella terra della grande mamma, l’ UdssR, proprio negli anni del grande sogno della conquista del potere. E che dire della fine degli Italiani di Crimea, anch’ essi accarezzati dalle maini imbrattate di sangue degli aguzzini (tra i quali non pochi ebrei) di quel Baffone sul cui conto dal 1924 al 1938 vanno pi? di 30 milioni di vittime ? Cosa hanno fatto nel tempo i vari Longo, Berlinguer, Napolitano, D’ Alema, Bersani, per far si che in Italia tornassero almeno le ossa di quei disgraziati ? Io, qu?, grido alla vergogna ed invito a tenere chiuso il becco.

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