“Un po’ padri”. Il ringraziamento (e il racconto) di Martino Di Maggio

Riceviamo l’invito di Martino Di Maggio ad inoltrare ai castelbuonesi un ringraziamento per il supporto, da lui ricevuto, in occasione del contest online di scrittura “8 minuti”, indetto dalla casa editrice Leima. Martino – con il suo incipit del racconto “Un po’ padri” – ha ben figurato, pur non riuscendo a superare la selezione affidata soltanto al maggior numero di “mi piace”. Per ringraziare chi ha gradito l’incipit, ci ha chiesto di rendere pubblico l’intero testo; cosa che facciamo volentieri di seguito.

UN PO’ PADRI

“Il suo libro fa schifo”, gridò un giornalista polemico, senza neanche aver letto il libro, ad uno scrittore alle prime armi, ai primi passi nel campo della scrittura, alle prime frasi che lasciavano il suo corpo per trasferirsi, appiccicandosi con colla naturale (oserei dire soprannaturale), su carta che era bianca di cellulosa; alla sua prima conferenza stampa, dopo aver stampato il suo libro, in una piccola tipografia di un piccolo paese ma di grandi vedute, affacciato sul mare, sulla montagna, sulla collina e un po’ anche sulla città non distante da dove si scorgevano grandi fumate nere che indicavano, come comete moderne, la strada per raggiungere la zona industrializzata della periferia, della suindicata e indefinita città, che a malapena riuscivi a vedere dal suindicato piccolo paese affacciato un po’ di qua e un po’ di là; ma comunque, tornando di nuovo, possibilmente con mezzi pubblici e solo dopo aver pagato e vidimato il biglietto, alla soprasseduta conferenza stampa in quel indefinibile e interminabile giorno, dove l’acqua cadeva scrosciante, l’umore era strisciante, la nebbia cominciava ad essere scendente, e dopo che il giornalista aveva tirato il suo fendente allo scrittore emergente, che gli rispose pacatamente: “sin da piccolo ho insegnato a mio figlio che non si dice mi fa schifo al cibo, ma solo non mi piace e solo dopo averlo assaggiato”; il giornalista furente, con la sua tenuta anti risposta ”ma io non ho detto che fa schifo il cibo, ma il suo libro!”; così, con aria stizzita, di chi non vendeva aria fritta, di chi non faceva progetti campati in aria, di chi si batteva per rinnovare l’aria che si respirava, di chi non ha mai messo la testa in aria, ma solo i suoi variopinti aquiloni che scorazzava quando era piccolo, sui campi coltivati e innevati, sulle strade sterrate e asfaltate, così rispose: ”credo che come io abbia insegnato a mio figlio, spero che ci sia stato qualcuno che le abbia spiegato a scuola, che i libri sono il cibo dell’anima; e in quanto tale, non possono mai entrare dalla bocca, ma attraverso gli occhi appassionati e affamati di chi legge e più sono affamati, più quei libri resteranno dentro di noi”; così, quel giornalista, di cui sopra, rimase bloccato, come se qualcuno gli avesse aumentato la forza di gravità sotto i piedi che indossavano un 43 di pelle nera lucida e lucidata, che non potevano andare né avanti, né indietro, come i tanti autobus fermi per mancanza di fondi e quindi di benzina.

Così, quel giorno, in quel preciso giorno, di un imprecisato paese, quel giornalista saccente, ipoveggente, rimase di stucco, avvilito ma tornò, da quella emergente conferenza (nel frattempo si era allagato tutto, per la pioggia scrosciante) di quello scrittore emergente, con la consapevolezza e forse con una risposta in più, che la cultura si mangia e si digerisce meglio ad anima piena e che, in fondo, bisogna essere un po’ padri, per capire il vero senso della vita.