Un sequestro è per sempre (o quasi). Assolto, ma i beni restano bloccati

[LIVESICILIA] Secondo i pm, che lo arrestarono, la sua Abbazia Sant’Anastasia, cantina nel cuore della Sicilia, era in realtà di Bernardo Provenzano. Ma le accuse per Francesco Lena si sono sgretolate già in primo grado, con l’assoluzione confermata prima in appello e poi in Cassazione. Ma il calvario giudiziario dell’imprenditore palermitano non si è ancora concluso: a suo carico, infatti, c’è ancora il procedimento di fronte alla sezione Misure di prevenzione del tribunale di Palermo, visto che nel 2011, un anno dopo l’arresto, era scattato anche il sequestro dei beni.
Per i pubblici ministeri Francesco Lena era un un prestanome di mafiosi, contiguo con Cosa nostra, all’ombra di Bernardo Provenzano. I giudici in tre gradi di giudizio hanno demolito l’impianto accusatorio, con altrettante sentenze assolutorie. Per lui, così, si erano spalancate le porte del carcere: il suo nome finì fra i destinatari del blitz “Mafia e appalti”, che nel 2010 portò in cella anche Vincenzo Rizzacasa (a sua volta assolto), altri colletti bianchi e alcuni presunti mafiosi, solo undici dei quali sono stati poi condannati con sentenza definitiva.
I tempi del sequestro sono lunghi. Il procedimento, quattro anni dopo l’apposizione dei sigilli, è ancora in primo grado ed è svincolato da quello che nel merito si è concluso tre volte con una piena assoluzione. La prossima udienza è fissata per il mese prossimo, quando si tornerà a discutere delle perizie depositate dagli avvocati di Lena, Giovanni Rizzuti e Giovanni Di Benedetto. I beni di Lena sono tuttora sotto sequestro. Nonostante tre sentenze. Quando dall’inizio del calvario di Lena è già passato un lustro.

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