Virgineddri e vampa: la festa di San Giuseppe

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A Castelbuono la festa di San Giuseppe si svolgeva in due chiese a lui dedicate: Una sita in via S. Anna[1] (ed oggi sconsacrata) e l’altra sita in via S. Agostino ( dedicata a quest’ultimo Santo). La Matrice Nuova, dopo il 1820, cominciò a solennizzare il Santo[2].
Feste di San Giuseppe si celebravano già nel XVII secolo, tuttavia la fondazione della confraternita maschile  nel 1747 consentì che crescesse e si propagasse.
Molto sentita da tutta la comunità Castelbuonese, diveniva un occasione di socialità ed unione assumendo anche carattere domestico.
La festa doveva inoltre essere, almeno ideologicamente, connessa da un lato alla settimana Santa e dall’altro al Natale poiché parte dei canti della novena e del giorno festivo erano lamentazioni simili  a quelle del Venerdì Santo[3]o brani del viaggiu e pastorali natalizie[4].
La festa si apriva (come tutt’ora accade) con dei mercoledì di preparazione ( i miercuri i San Ciuseppi) che cominciavano esattamente un mese prima e prevedevano l’esposizione della statua[5]sull’altare maggiore spoglia degli ori votivi. Tradizione legata ai mercoledì è fare u viaggiu ossia recarsi in chiesa  a piedi recitando u rusariu i san Ciuseppi.
La novena invece si celebrava sia in chiesa che nelle case private e nelle edicole votive[6] per strada.
In chiesa si cantava un altro Rusariu i San Ciuseppi di cui si rintracciano ancora diverse versioni[7]. In casa o nelle edicole, oltre al rosario si cantavano i raziuneddri. Per cantare queste ultime si chiamavano alcuni musici che riadattavano anche brani legati, come detto, ad altre feste.

Come in molti altri centri siciliani (l’usanza è ancora viva nei quartieri popolari di Palermo,  a Bagheria, Belmonte Mezzagno, Borgetto, Cinisi, Sutera[8], Terrasini ecc.), la sera antecedente la festa di San Giuseppe e il girono stesso, la gente accendeva piccoli falò con legna frutto di una colletta dei ragazzini o raccolta dagli stessi in campagna dove si era appena conclusa la potatura . L’uso sacro e propiziatorio del fuoco è comune a molte feste, tuttavia proprio la festa San Giuseppe (in stretta correlazione con la vampa di Sant’Antonio Abate) rappresentava una rinascita, un rivivere della terra, un’abbondanza richiesta o Patri a Pruvidenza.[9]
Secondo la testimonianza di alcuni anziani vi era un fuoco più grande nello slargo tra la chiesa di Sant’Agostino e il Mausoleo dei Ventimiglia e intorno a questo fuoco si mangiava e ballava insieme la vigilia della festa. A curarsene erano i giovani del quartiere e della confraternita.

Il rito della vampa era un momento di forte aggregazione ed era tollerato anche qualche furto di scope, legna, cassette vecchie. C’era poi chi, stando al gioco, lasciava incustodito qualche oggetto adatto ad essere bruciato o chi in onore al patriarca offriva qualcosa di nuovo[10] manifestando ‹‹ l’arcaica valenza della catasta come ara, sulla quale consumare per combustione ››[11].
L’uso cominciò a decadere con l’arrivo dell’energia elettrica e il pericolo delle vampe per i fili.
Nell’uso comune però permane il detto “fici un vampiliuni ca paria San Ciuseppi” per indicare una gran fiammata e, metaforicamente, un qualcuno che si arrabbi molto.

Il 19  si apriva, in antico, con il suono di tamburi e pifferi[12]e con le celebrazioni Eucaristiche fin dalle cinque e trenta del mattino. Il giorno di San Giuseppe era sacro, nessuno osava lavorare o fare commercio, Egli è il padre della Provvidenza [13]e doveva essere rispettato. Si racconta di un ricco burgisi che, con disprezzo per la memoria del Santo, vendette alcuni capi di bestiame. Da ricco che era in pochi giorni fu indigente e, l’anno dopo per San Giuseppe elemosinava cibo presso ogni casa.  Racconti come questo sono molto comuni e tendono a mettere in rilievo il  valore dell’astinenza dal lavoro, del rinunziare al guadagno per poterne trarre protezione, provvidenza e aiuto[14].

Nelle case private i devoti usavano, fino a venti-trenta anni fa, imbandire  per voto grandi tavole e offrire il pranzo ad un numero variabile di bambine (virgineddi) o bambini (apostuli)[15]. Tanto più era elevato il numero di bambini tanto più grande era la grazia ricevuta. Il numero poteva variare o  3 (detta tavulata a Gesù Giuseppe e Maria), o 5 (detta cu Sant’Anna e San Iachini) o 12\13 (detta cu l’apuostuli) oppure a numero vario.
Il pranzo si componeva di almeno tre portate e sulla tavola dovevano essere disposti dai 7 ai 13 alimenti, ancor meglio se 19. facevano da padrone le verdure di campagna (Carduna, vurranii, finuocchi e tutto ciò che la natura offriva) che erano sia cotte a “miniscedda maritata di San Giuseppi” (minestra di fave e altre verdure) sia imbandite in altri tipi di pietanza. La pasta veniva servita invece con i legumi fatti a maccu o con le sarde e i finocchietti o con il broccolo ‘ncaciatu. Particolare era l’uso di cuocere insieme vari formati di pasta.
Le sarde, solitamente a beccaficu, costituivano il secondo piatto. Completamente assente la carne per rispettare il digiuno quaresimale.
A fine pasto ad ogni bambino erano dati un panino (a volte accompagnato dall’uovo sodo) e un arancia[16] con cui cenare la sera. Tra i dolci, quando si poteva, non mancavano i caratteristici sfinciuna alla ricotta.

I virgineddi, che potevano essere scelti tra bambini del vicinato o bisognosi o dell’orfanotrofio (u vuccuni u poviru), potevano girare le varie tavole imbandite nelle strade del quartiere e subito dopo la loro “apertura del pasto” si sedevano alla tavola vicini e amici di chi aveva contratto il voto e lo stava adempiendo. Spesso si faceva la questua per preparare u manciari o l’atari e da gennaio le donne di casa cominciavano ad immagazzinare prodotti o promesse di prodotti. La questua manifesta la mortificazione del singolo ma al tempo stesso produce effetti di reciproca solidarietà rinsaldando vincoli sociali[17].
V’era poi l’uso (votu ranni) da tavula aperta[18]. In questo caso, oltre che ai bambini e i familiari, il pranzo era offerto a tutti i poveri che lo chiedevano. Questo tipo di voto era molto diffuso e considerato una vera opera di carità (molto gradita per altro al Santo Patriarca). La Chiesa avvalorava l’aspetto caritatevole delle mense e il sacerdote si recava a benedirle, cristianizzando un rito più antico e vitalistico. Come rileva la Giallombardo ‹‹ l’assimilazione all’agape cristiana delle mense di san Giuseppe (e delle altre), incoraggiata dalla Chiesa, contrasta con la concezione tradizionale in cui domina una rappresentazione del divino fortemente antropomorfa.››[19].
Altro tipo di voto ancora, prevedeva  tavole addobbate ad altarino su cui non mancavano pani dalle svariate forme simboliche ( u panareddu du Bambineddru, a parmuzza da Beddra Matri e u cucciddratu di San Ciuseppi, i stiddruzzi e i sciura) e corone di alloro e agrumi ad incorniciare l’immagine del Santo. Nei vasetti sparsi sull’altarino si mettevano balicu ed erbe aromatiche.
I virgineddi inoltre usavano ringraziare i padroni della tavolata con una piccola benedizione in cui invocavano la protezione del santo sui mestieri di casa e su tutta la famiglia[20].
Sulla tavola di San Giuseppe trovava posto anche u laurieddu, piccole piantine di grano germinate al buio (e dunque bianche) che appaiono spesso nelle feste castelbuonesi, come un continuo affidare i campi alla divinità.
Una tavolata più grande ed importante era imbandita proprio sul sagrato della chiesa e, secondo alcune fonti, accoglieva più virgineddre e poteva mangiarvi l’intera popolazione.

Una volta che il voto du manciari si contraeva non ci si poteva tirare indietro. Alcune storielle ammoniscono in tal senso, come il famoso voto da Zà Cicca la quale si vide spuntare nel tegame il volto di San Giuseppe imbronciato[21].

Oggi è ancora uso fare la “virduredda maritata” e mangiare gli sfincioni ma è completamente desueto (se non sporadici casi) poter assistere alla “cunzata” di un altarino e di una tavolata, un manciari i San Ciuseppi è stato organizzato nel 2010 dal circolo anziani “sviluppo sociale e solidarietà” che ha voluto far rivivere quest’uso e farlo conoscere alle nuove generazioni. Non a caso sono stati invitati al banchetto gli alunni della scuola media.
La congregazione, mostrando di comprendere il valore della tradizione, sta cercando di ripristinare l’uso, organizzando una “tavula aperta” il giorno della festa. Già l’anno scorso numerosi bambini delle scuole hanno potuto mangiare nei pressi della chiesa i prodotti tipici della nostra tradizione.

Nel pomeriggio del 19 ( ma anche la sera prima) erano organizzati vari giochi popolari tra cui popolarissima era a ‘ntinna (palo verticale intriso di sapone alla cui sommità stava un premio), vi erano poi u tavulazzu (grande tavola lignea posta in obliquo e cosparsa di sapone come a ntinna) ,  a cursa ‘nte sacchi, u uocu i pignati e altri. U iuocu i pignati è stato ripristinato, mentre ad un recente passato si collegano gli ultimi ricordi della ‘ntinna.

la processione era il momento centrale della festa. a differenza di oggi si trattava di un appuntamento annuale. Nel pomeriggio del 19 i confratelli armavanu a vara del Santo davanti la chiesa di Sant’Agostino. Il Santo si addobbava con gli ex voto  e con u farali su cui sono cuciti vari monili.
il percorso era quello rituale (u giru di prucissioni o di santi[22]) ed era uso  il lancio del grano sulla vara per chiedere abbondanza e provvidenza. Chiaro riferimento a quel contesto agro-pastorale di cui si diceva prima.

Oggi purtroppo la processione è un evento sporadico.

Ulteriore tradizione condivisa con altri momenti della vita castelbuonese era quella dei vistuti. I vistuti erano dei devoti, soprattutto delle devote,  che vestivano l’abito votivo (u votu) in segno di gratitudine. Il vestito era secondo alcuni costituito da una tunica bianca o celeste stretta alla vita da un cingolo rosso. Mentre altri lo ricordano marrone con cingolo rosso.

Il giorno di San Giuseppe, per i pastori, era la scadenza ultima per inserire nel gregge i montoni per il secondo ciclo di nascite, ossia quello di agosto-settembre.

BIBLIOGRAFIA

  • Fonti documentali dell’Archivio Storico della Matrice Nuova di Castelbuono..
  • Bonato L., 2006, Tutti in festa, antropologia della cerimonialità, Milano, Franco Angeli editore.
  • Bonazinga S., 2009, Tradizioni Musicali in Sicilia, materiali per il corso di etnomusicologia.
  • Bravo G. L., 2005,  La complessità della tradizione, festa, museo e ricerca antropologica, Milano, Franco Angeli editore
  • Buttitta I., 2002, Il fuoco. simbolismo e pratiche rituali, Palermo, Sellerio editore
  • Buttitta I., 2006a,I morti e il grano, Tempi del lavoro e ritmi della festa, Roma, Meltemi
  • Buttitta I., 2006b, Feste dell’alloro in Sicilia, Palermo, Fondazione Buttitta.
  • Buttitta I., 2008, Verità e menzogna dei simboli, Roma, Meltemi
  • Di Giorgi A,  2006, Matrice Nuova di Castelbuono, Storia, Arte e Fede, Bagheria, Officine Tipografiche Aiello & Provenzano.
  • Di Giorgi A,  2009, Le confraternite di Castelbuono nei secoli XV-XVI-XVII, storia di istituzioni e di fede, Bagheria, Officine Tipografiche Aiello & Provenzano.
  • Giallombardo F., 2003, La tavola, l’altare e la strada, Palermo, Sellerio Editore
  • Giallombardo F., 2006, La festa di San Giuseppe in Sicilia,  Palermo, Fondazione Buttitta.
  • Lanternari V. 1983,  Festa, carisma, apocalisse, Palermo, Sellerio Editore.
  • Lanternari V., 1997, Antropologia religiosa, etnologia,storia, folklore Bari, edizione Dedalo
  • Lanternari V., 2004, la grande festa, vita rituale e sistemi di produzione nelle società tradizionali,Bari, edizioni Dedalo
  • Mogavero Fina A. ,1950, Castelbuono nel travaglio dei secoli, Castelbuono, Tipografia le Madonie
  • Pitrè G., 1881, Biblioteca delle Tradizioni popolari siciliane volume XII, Spettacoli e feste popolari siciliane, Palermo,  Luigi Pedone Lauriel editore.
  • Turner V., 2001, Il processo rituale, Brescia, Morcelliana.
  • Van Gennep A, 1909, Le rites de passage, Paris, E’ Nourry; trad.it 1981, I riti di passaggio, Torino, Bollati Boringhieri.

[1] Detta San Ciusippuzzu

[2] La grande tela rifatta dopo il crollo della chiesa fu oggetto di grande culto e veniva apparata per la festa

[3] Ben ricordava la signora Giuseppa Mancuso il canto da Santa Passioni, alcuni dedicati all’Addolorata e soprattutto il famoso quartu iornu della novena di Natale di cui si ricorda il distico San Ciuseppi caminava e a rietina tirava.

[4] Cfr. Giallombardo 2003:40.

[5]  L’attuale simulacro è del XVIII- XIX secolo, opera di un certo Drago.

[6] Ad una di queste edicole dedicata al patriarca (ubicata nel quartiere SS. Salvatore) è legata una leggenda che è il caso di raccontare: si dice che a zà Vicenza a pirocchia la costruì per far morire la vicina, il giorno della benedizione però a morire fu proprio lei.

[7] le preghiere a San Giuseppe erano molte e molto diffuse. il Rosario più comune si costituiva del mistero “Maria la Rosa Ciuseppi lu gigghiu\ datini aiutu pruvidenza e cunsigliu\ e na la nostra nicissità\ san Ciuseppi n’aiutirà\” e il grano “e deci milia voti San Ciuseppi u ludamu\ e sempri lu chiamamu\ na nostra  nicissità\ san Ciuseppi un ni lassirà”

[8] Cfr. I. Buttitta 2002.

[9] Cfr. (Ibidem, p. 58-66.) e (Giallombardo 2003:54)

[10] Una sorta di spreco rituale che osserva anche I. Buttitta a Palermo (2002:59)

[11] Giallombardo 2003:53

[12] Come riportato tra le spese della congregazione.

[13] una raffigurazione del Santo è esposta in ogni attività commerciale

[14] Di un povero falegname si racconta la versione positiva. Essendosi rifiutato di finire un lavoro il giorno di San Giuseppe, per rispetto al Santo fu minacciato di non essere pagato. Il povero uomo disperato confidò in San Giuseppe e trovò finito il lavoro.

[15] Che, come suggerisce F. Giallombardo, sono considerati  rappresentanti dei Santi o i Santi stessi ( Cfr. Giallombardo 2003:56).

[16] L’arancia e l’uovo hanno allusioni vitalistiche. (Cfr. Giallombardo 2003:75).

[17] Cfr. I. Buttitta 2006a:172.

[18] Fatima Giallombardo rileva un uso simile ad Alimena dove è detto a porti aperti. (Giallombardo 2003:56).

[19] Giallombardo 2003:56

[20]una formula era  “cu ni detti a manciari san Ciuseppi l’ha  taliari, di malatii guardari, travagghiu dari, pruvvidenza mannari”

[21]  simili storie si raccontano nei paesi in cui è in uso (o lo era) questo tipo di voto e sono riportate anche dal Pitrè. Sul non poter venire meno al voto fatto Cfr. Giallombardo 2003:60.

[22]  U giru di Santi prima del 1910 doveva coinvolgere, in un ideale abbraccio sacralizzante, tutto il perimetro del paese, passando da Piazza San Leonardo e Via Livolsi. Fu modificato inseguito alla creazione di Via Vittorio Emanuele là dove scorreva un piccolo torrente. Ad oggi u giru comprende : Via Sant’Agostino, Via Maurolico, Via Vittorio Emanuele, Corso Umberto, Piazza Margherita, Via Sant’Anna, Piazza Margherita, Via Roma, Via Mario Levante, Piazza San Francesco

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